Digressione su sorrisi d’intesa fuori luogo
La crisi economica affonda la sua scure sul nostra paese dal 2008. Per la maggior parte della popolazione la prospettiva di una recessione, o comunque di una crescita tendente allo zero, è sembrata a lungo un miraggio.
A volte, poi, sembra che la presa coscienza della gravità di certe situazioni debba necessariamente avvenire in concomitanza con eventi che ci riguardano in qualche modo, come perdere il lavoro o trovarsi, improvvisamente, inermi di fronte all’evidenza di non poter pagare il mutuo.
I primi sintomi di un sistema che iniziava a perdere colpi furono curati con la riforma del lavoro nel lontano 2003; le imprese italiane furono galvanizzate con l’introduzione del cosiddetto lavoro flessibile. Esaltate dalla prospettiva di un facile licenziamento, impazzava una sorta di caccia al fannullone: le aziende si giustificavano delle assunzioni a brevissimo termine dichiarando di tutelarsi da scelte di assunzione sbagliate. La compressione dei costi del lavoro sarebbe dovuta servire come una sorta di doping momentaneo, permettendo le assunzioni con contratti flessibili che sarebbero stati riconvertiti, in seguito, a modalità indeterminata. È certamente risaputa la difficoltà, una volta compressi i costi, di tornare ad espanderli. La grande riconversione e il ritorno ai contratti tradizionali non c’è stata.
Per quanto rigaurda la finanza pubblica, per qualche strana coincidenza, non è stato attuato nessun piano per risanare quell’enorme falla che è il terzo debito pubblico a livello globale. Il 2008, poi, ha solo peggiorato le cose. Il 2011 e i bilanci truccati della Grecia sono stati poi accompagnati da continui siparietti politici, ultimo il cabaret tra il presidente francese Nicolas Sarkozy e il cancelliere tedesco Angela Merkel, inciampati in una risata di scherno di fronte ad una platea di giornalisti che chiedevano quali rassicurazioni avesse fornito la politica italiana riguardo le prossime riforme.
Ed è un peccato. Non tanto perché certi avvenimenti, troppo spesso, sono un argomento per tanti giovani italiani solo per farsi quattro risate con gli amici durante l’aperitivo (non avremo la pensione, non potremo accendere un mutuo, ma all’aperitivo non rinunciamo mai), piuttosto perché questa situazione costringe giovani che si danno da fare, con moltissime ambizioni, a partire e cambiare vita senza volerlo. Persone come Simone e Silvia, due amici che sono partiti per Londra: seguo con piacere i loro post in cui si sorprendono delle piccole-grandi cose che funzionano nella loro nuova città: gli uffici postali efficienti e l’ambiente lavorativo professionale e la grande quantità di donne in posizioni dirigenziali. E mi chiedo che cosa manchi a noi italiani che viviamo in Italia. Se è vero che il parlamento è niente di più e niente di meno che lo specchio di tutti noi 60 milioni di italiani. Il problema è che a volte, questi giovani, sono persone che resterebbero molto volentieri in Italia: che non vorrebbero abbandonare familiari e affetti. Costretti a partire a causa dell’immobilismo di questa politica e stroncati da un mercato del lavoro che non offre nessuna solidità, una pressione fiscale[1] e processi burocratici che non incentivano in nessun modo l’avvio di impresa.

Immagine tratta da economist.com (http://www.economist.com/blogs/charlemagne/2011/10/italy-and-euro-zone)
note:
[1] “L’aliquota totale sui profitti delle imprese è pari al 68,5 per cento” - (Not) doing business 2012; http://www.chicago-blog.it/2011/10/22/not-doing-business-2012/